Una storia aperta

Una storia

aperta

LabCOS non nasce dal nulla: nasce da una storia. Quella di Aldo Capitini, che nel 1944 istituiva a Perugia il primo Centro di Orientamento Sociale (C.O.S), uno spazio di incontro pubblico in cui chiunque potesse parlare, ascoltare, e pensare insieme alle altre persone.

17 luglio 1944

17 luglio

1944

Il 17 luglio 1944, dopo ventisette giorni dalla liberazione di Perugia dal nazifascismo, Aldo Capitini – filosofo e intellettuale che amava definirsi “indipendente di sinistra” – istituisce il primo Centro di Orientamento Sociale (C.O.S.) della storia.


Nel fervore e nello smarrimento della ricostruzione democratica, i C.O.S. vogliono essere libere assemblee dove tutti possono intervenire e parlare («ascoltare e parlare» ne è il motto) di problemi amministrativi cittadini e nazionali, e di problemi sociali, politici, ideologici, culturali, tecnici, religiosi, senza il bisogno di tesserarsi a un partito politico.

Per far conoscere l’iniziativa alla cittadinanza perugina, Capitini diffonde questo foglio:

«Si costituisce a Perugia un Centro di orientamento sociale (C. O. S.). La direzione non intende insegnare, ma lavorare insieme con gli altri. Essa ritiene che l’orientamento sociale non è principalmente risultato di cultura, ma di esigenze che vivono nell’animo, e la discussione con gli altri, la cultura, l’azione, aiutano queste esigenze a diventare più chiare e concrete. Il Centro compie perciò l’opera di ascoltare queste esigenze e di farle sorgere. Il Centro promuove lo studio dei problemi che la trasformazione sociale presenta nei diversi aspetti non solo economico, ma politico, giuridico, scientifico, morale, religioso, culturale. È a disposizione di tutti e specialmente dei giovani, ingannati dal fascismo nella loro formazione e informazione politica. Promuove conferenze, discussioni, corsi di studi, pubblicazioni. Apre una biblioteca di libri e periodici. Aiuta giovani volonterosi e di condizioni disagiate ad iniziare e migliorare i loro studi. Aperto a tutti, è sostenuto dall’iscrizione e dalle offerte volontarie di chi si interessa in modo speciale alla trasformazione sociale. Chi s’iscrive, s’impegna non solo a partecipare intellettualmente alla vita del Centro, ma a promuovere la conoscenza e lo sviluppo presso gli altri, ad aiutare la fondazione d i Centri nelle altre città e nei paesi di campagna, ad offrire, secondo la propria possibilità, operosità, libri e denari.»

Capitini intuisce che per cambiare la società non basta cambiare una classe dirigente, ma serve trasformare gli individui attraverso un processo di partecipazione dal basso e di autocoscienza. La democrazia non è solo un metodo per delegare a una rappresentanza le proprie decisioni, ma è soprattutto un contenuto ideale verso cui tendere e per il quale lottare. L’incontro all’interno di uno spazio condiviso è fondamentale: incontrandosi, vedendosi l’un l’altro, ognuno con i propri modi di esprimersi, ci si sorprende nello «scoprirsi collettività» e allora inizia a circolare un’«aria di fiducia» e ci si accorge di qualcosa di inedito: che ci si può «così liberamente e apertamente riunire, e parlare e come aiutarsi a pensare e parlare».
Il C.O.S. è aperto a tutte le persone, specialmente, dice Capitini, alla «gente anonima», quella che «non viene ascoltata negli uffici», che «fa ogni giorno una lotta disperata col bilancio familiare, con la mancanza di generi, con le file». Non c’è «distacco tra impiegati e pubblico, tra intellettuali e popolo, tra idee e amministrazione». Non ci sono comizi, ma «una ricerca, un pensare collettivo. Né chi parla cerca di avere spicco retorico sugli altri: espone semplicemente; né l’“autorità” impone il silenzio, perché l’ultimo popolano può fare le domande». Si parla di numerosissimi argomenti, si parla sia di amministrazione che di idee politiche, religiose, esistenziali, affinché non si cada né in un «atteggiamento esclusivamente culturale» né in un atteggiamento «limitatamente concreto»: la vita è un’unità di questioni materiali e spirituali, e per migliorare la «consapevolezza della realtà» occorre dare voce a entrambe.

Oltre a mettere a disposizione una biblioteca circolante aperta a ogni riunione del C.O.S., Capitini promuove diverse iniziative, tra cui un corso di lingua inglese, un corso di economia politica e un corso di storia delle dottrine sociali; ma anche numerose conversazioni (lezione e discussione): «tre di orientamento preliminare, altre sulla situazione spirituale americana, sui kolchoz, sul materialismo storico, sull’Albania e i Balcani, sulla libertà, sul problema culturale dei giovani, sulla gioia nel lavoro (facemmo anche un referendum con questionario su questo argomento), sul socialismo decentrato, sul problema agrario italiano, sul modo di votare ecc.». Queste discussioni vogliono avere «un carattere il meno possibile accademico di conferenza, di lezione, e invece quello di ricerca aperta, compiuta insieme», dialetticamente.

Quello che emerge dai vari incontri, nota Capitini, è «un tipo di cittadino educato amministrativamente e politicamente, un cittadino sveglio, schietto, di fede antifascista e aperto, oserei dire, un liberalsocialista concreto, sia o non sia iscritto ad un partito». Soprattutto, la persona che partecipa ai C.O.S. si accorge di mutare non per uno sforzo interiore e solitario, ma per il fatto di aver vissuto e animato insieme alle altre persone uno spazio «nonviolento, ragionante, nonmenzognero, aperto». È un rapporto di reciprocità quello tra l’individuo che «forma questo spazio nuovo intorno a sé», e «lo spazio nuovo [che] forma l’individuo che in esso vive».

Un rapporto di reciprocità che resta dischiuso e imprevedibile. Lo stesso Capitini dice di non sapere «quello che può sorgere nello spazio del C.O.S., la speranza, la creatività, l’avvento di un nuovo modo di vivere a cui esso dà luogo».
Questo perché il C.O.S. è una «comunità aperta» che, a differenza delle società esistenti, «tutte più o meno chiuse», ha la caratteristica «di essere in movimento, di non ripetere sé stessa, il proprio passato, la propria tradizione, le proprie abitudini, ma di aprire continuamente sé stessa».

Citazioni tratte da Aldo Capitini, “Origine, carattere e funzionamento dei C.O.S.” (Estratto da Nuova socialità e riforma religiosa, Einaudi, Torino 1950, pp. 237-273)

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